domenica 27 marzo 2011

I PREDATORI DELLA NUTRIA: LE VOLPI

Come viene descritto dagli studi di letteratura scientifica sia nazionali che internazionali, il Coypu o Nutria (Myocastor coypus) presenta diversi nemici o predatori naturali anche negli areali di diffusione. Dato che questo roditore è stato importato quasi un secolo fa dal Sud America in tutta Europa tra cui in Italia, il meccanismo della coevoluzione ha avuto modo di svilupparsi generalmente bene verso il rapporto tra l’ecologia della nutria e la fauna locale. Diversi infatti sono i predatori locali appunto di questo castorino e grazie al bellissimo servizio fotografico di Luca Iancer, propongo qui le sequenze fotografiche (cliccare le foto per ingrandirle) che ritraggono un meccanismo di predazione di Vulpes vulpes verso Myocastor coypus (Nutria):

Come è possibile osservare, dapprima la volpe fiuta la nutria e la insegue. Il castorino, essendo appunto una preda, non si accorge subito della sua presenza e continua tranquillo la sua camminata alla ricerca di cibo. La volpe, giunta sufficientemente vicino si accinge ad attaccarlo e il roditore, ormai alle strette, si gira e tenta di difendersi. La volpe lo morde al collo per immobilizzarlo e ucciderlo. La nutria cerca di difendersi dapprima simulando (mimando) un atteggiamento minatorio, inarcando la schiena e mostrando i denti e poi, una volta nelle fauci della volpe, tenta disperatamente di fuggire graffiando con le unghie ma nonostante i suoi sforzi la volpe compie il sacrificio e la porta in un posto riparato per cibarsene. Poco dopo sopraggiunge un’altra volpe ed insieme possono consumare il pasto.
Grazie a questa importantissima e meravigliosa testimonianza fotografica, si è potuto dimostrare come anche nei nostri ecosistemi le nutrie siano entrate a far parte della catena alimentare divenendo prede di predatori autoctoni.
Personalmente ho potuto constatare la presenza di carcasse di nutrie uccise da volpi, per mezzo di tracce indirette, anche in Lombardia nel Parco Agricolo Sud Milano. Questi dati e studi sono molto importanti e dimostrano come la Natura sia in grado di autoregolarsi sempre. Le volpi (ma non solo) costituiscono quindi una risorsa naturalistica e biologica di estrema importanza per la conservazione dei nostri ecosistemi e per il controllo numerico della popolazione di questi roditori.


Si ringraziano per le bellissime foto e per la notizia:
Luca Iancer
http://www.sbic.it
http://bora.la/2010/12/29/volpe-preda-nutria-allisola-della-cona-le-foto/

domenica 27 febbraio 2011

SCIENZA E NUTRIA (Myocastor coypus) – 5

Si riporta l’abstract di uno studio eseguito in Pianura Padana. Insieme ad un altro studio che proporrò prossimamente, viene dimostrato ulteriormente come le nutrie non causino impatti devastanti ma molto localizzati e risolubili; come le nutrie non siano una causa ma solo una conseguenze delle cattive azioni umane; di come i piani di abbattimento siano inutili e inefficaci oltre che dispendiosi. Proprio l’uccisione indiscriminata di questi animali (che ricordiamo viene fatta solo per soddisfare quasi esclusivamente i capricci delle lobbies venatorie) favorisce il loro aumento numerico e il conseguente impatto ambientale.
Si incoraggiano le Amministrazioni a non cedere o farsi abbindolare dalle finte elucubrazioni di matrice politico-economica delle lobbies venatorie appunto, ma di investire le finanze in opere di gestione territoriale e faunistica da parte di veri scienziati (biologi, zoologi, faunisti, etc. indipendenti e senza conflitti di interesse). Solo così si può riprendere la fiducia della popolazione ormai stanca delle prese in giro di quel gruppo di individui che ragiona solo con la violenza e il piombo.

PRIMI DATI SULLA POPOLAZIONE DI NUTRIA (MYOCASTOR COYPUS) IN UN’AREA COLTIVATA DELLA PIANURA PADANA, LA VALLE DEL MEZZANO (FE)
di PAGNONI G.A., SANTOLINI R.

(fig. 1 – Coypu che nuota in un laghetto)

Nel Ferrarese si stimano le maggiori concentrazioni di Nutria Myocastor coypus della regione Emilia Romagna, pari a una popolazione di almeno 36000 individui. In questo lavoro, per l’analisi della struttura di popolazione si è scelto un’area di 40 ha rinaturalizzata a zona umida. Dal marzo 2003 al maggio 2004 sono state condotte 12 sessioni di cattura di circa una settimana ciascuna con gabbie. L’analisi dell’età é stata basata sul peso secco del cristallino. Nel Mezzano, i giovani (età < 8 mesi) sono risultati il 56% della popolazione e la coorte più rappresentata è quella degli individui con età compresa tra i 2 e i 4 mesi. L’età media di tutti gli individui catturati, calcolata secondo Cossignani e Velatta, è di 0,76 mesi superiore a quella stimata secondo Gosling e collaboratori. Visto il basso errore (3% dell’età massima), il metodo risulta sufficientemente adatto per analisi di tipo gestionale. Si nota una leggera differenza in peso tra maschi e femmine: 5 e 6 kg le classi più frequenti per le femmine a causa dell’elevata percentuale di individui gravidi, 4 e 5 Kg per i maschi. L’indice di condizione (IK) varia tra 34,1 a 45,2, con minimi nel periodo invernale e massimi nel periodo primaverile-estivo in conseguenza delle migliori condizioni ambientali e della maggiore disponibilità trofica. Mediamente oltre il 75% della popolazione femminile è in stato di gravidanza e tra marzo e giugno si raggiunge il 100%. La maggior parte dei parti avviene in tarda primavera ed estate ed un secondo picco si verifica all’inizio dell’inverno in relazione alle caratteristiche ambientali e alle condizioni meteorologiche. La dominanza maschile è evidente negli embrioni (M/F=1,23:1) e nelle classi giovanili (< 8 mesi, M/F=1,47:1). Col passare del tempo il rapporto sessi diviene paritario (negli adulti ≥ 8 mesi M/F=1,04:1) e nelle classi più anziane (>12 mesi) si comincia a vedere la preponderanza delle femmine con M/F=0,53:1. La porzione dei giovani della popolazione e la bassa percentuale di maschi nelle classi adulte sono probabilmente conseguenze della intensa pressione dei piani di limitazione. Ciò induce a considerare che un fattore limitante quale un’azione di contenimento, sia più efficace nel momento di crisi della popolazione, quale un inverno particolarmente rigido, in cui effettuare una forte e duratura pressione di selezione.

domenica 13 febbraio 2011

VOLPE E NUTRIA: DUE NOMI PER UN SIMILE DESTINO?

La volpe e la nutria, due animali così diversi sia da un punto di vista evolutivo che biologico, ma che la persecuzione umana ha reso molto simili.
Come per la lontra prima e la nutria poi, anche la volpe si vede costretta ad essere l’ennesima vittima della follia umana.
Prima di iniziare vediamo quali sono le caratteristiche che contraddistinguono da una parte e che accomunano dall’altra questi animali.

VOLPE
  • Predatore
  • Carnivoro
  • Cacciata per la pelliccia
  • Considerata nociva (in realtà non lo è)
  • Può scavare tane negli argini ma occupa spesso tane già esistenti
  • Si ciba di selvaggina e i cacciatori ed alcuni “allevatori” si lamentano. Gli stessi cacciatori che hanno importato spesso illegalmente conigli e altri animali inquinando geneticamente le specie autoctone con conseguente danno ambientale, naturalistico ed economico immane
  • Mercato nero per la pelliccia attualmente attivo
  • Dato che in alcuni luoghi le Amministrazioni hanno compreso che l’abbattimento della nutria è inutile e generalmente i castorini non sono causa di danni agli argini (la colpa è sempre dell’uomo come dimostrato più volte), alcuni “furboni” hanno pensato di rivalersi sulla volpe dichiarandola colpevole di creare danni agli argini, lo stesso movente (quasi mai dimostrato) per le nutrie!
Fig. 1 – Volpe (Vulpes vulpes)
NUTRIA:
  • Preda
  • Erbivoro
  • Cacciata per la pelliccia
  • Considerata nociva (in realtà non lo è)
  • Può scavare tane negli argini ma occupa spesso tane già esistenti
  • Si ciba di vegetazione e i “contadini” si lamentano
  • Mercato nero per la pelliccia (e la carne) attualmente attivo
Fig. 2 – Coypu o nutria insieme all’avifauna

Analizziamo ora un documento della Regione Emilia Romagna (guarda caso scomparso recentemente). Tali informazioni sono perfettamente assimilabili anche per la nutria e gli altri animali.


Meccanismi di autoregolazione della popolazione
Tutte le popolazioni animali possiedono meccanismi che tendono a mantenere il numero degli individui in equilibrio con le risorse ambientali disponibili. In termini estremamente sintetici, esiste un numero ottimale di individui a cui tende la popolazione in un dato territorio e che resterà invariato una volta raggiunto l’equilibrio. Il numero di individui della popolazione può diminuire drasticamente a seguito di eventi anormali di mortalità, quali epizoozie, eventi climatici o prelievo da parte dell’uomo, tuttavia il numero tenderà a riassestarsi verso l’equilibrio, una volta che cessi l’azione del fattore limitante. La velocità con cui la popolazione ricostituisce le dimensioni ottimali dipende da numerose caratteristiche proprie delle varie specie e delle varie popolazioni. Nel caso della volpe è stato più volte osservato come questa velocità sia elevatissima, grazie proprio ai parametri descritti in precedenza per le popolazioni volpine. Ad una riduzione della densità dovuta a fattori esterni la popolazione può rispondere essenzialmente attraverso tre modalità: l’aumento del tasso di natalità, la diminuzione del tasso di mortalità e l’aumento del tasso di immigrazione; risulta quindi evidente come l’elevata produttività, il rapido turn-over e l’esistenza di una cospicua frazione “itinerante” siano tutti elementi che consentono una rapida ripresa della popolazione di volpi in seguito a eventi che ne abbassino drasticamente la densità locale.



Aspetti gestionali
Il ruolo della volpe, sia dal punto di vista ecologico sia nell’ambito della gestione faunistico-venatoria, è stato oggetto di numerosissimi studi in tutto il mondo. D’altra parte, proprio per l’estrema capacità della volpe di adattarsi alle condizioni ambientali più diverse, i risultati e le conclusioni sono spesso di difficile generalizzazione. Sulla base degli elementi che emergono dall’imponente mole di dati disponibile è comunque possibile definire un quadro generale relativamente al ruolo ecologico della volpe e alle possibili strategie gestionali in funzione dei vari scenari ambientali e antropici.
Di seguito vengono discussi brevemente i principali problemi concernenti l’impatto sulla selvaggina e sulle attività umane, le tecniche di censimento, le problematiche legate al prelievo venatorio e al controllo delle popolazioni. Gran parte delle informazioni e delle considerazioni sono tratte da MacDonald (1987), Boitani e Vinditti (1988), Toso e Giovannini (1991), opere a cui si rimanda per una trattazione più dettagliata.


Censimenti e indici di abbondanza
La conoscenza della consistenza e della dinamica delle popolazioni naturali è un elemento imprescindibile per la loro corretta gestione, tuttavia le difficoltà tecniche e l’impegno necessario al raggiungimento di questi obiettivi possono essere estremamente variabili a seconda delle caratteristiche biologiche di ciascuna specie e delle condizioni ambientali in cui si deve operare. Nel caso della volpe, come di altri carnivori, è quasi sempre molto difficile raggiungere buone stime di densità, se non a prezzo di sforzi che risultano in genere improponibili. In particolare i censimenti diretti, cioè basati sull’avvistamento diretto degli animali, sono applicabili solo in condizioni estremamente favorevoli, che solo molto raramente si verificano (Sargeant et al., 1975), mentre più utilizzabili risultano metodi di stima indiretta della popolazione.



Controllo della popolazione volpina. Il problema del rapporto costi/benefici
In accordo con la L.N. 157/92 (art. 19), il controllo di popolazioni animali appartenenti a specie cacciabili può essere ammesso qualora queste arrechino danni alle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche. Nel caso della volpe la risorsa economica danneggiata è costituita quasi esclusivamente da animali di bassa corte allevati in maniera non confinata o in spazi di stabulazione non sufficientemente protetti. Alcune semplici ed economiche misure preventive possono ridurre sensibilmente, se non eliminare, i danni provocati dalla predazione delle volpi, ad esempio il ricovero notturno degli animali e la recinzione degli allevamenti con robusta rete metallica interrata e con la parte terminale sporgente verso l’esterno. Assai più complesso è il problema legato all’impatto della predazione sulle specie selvatiche d’interesse venatorio. L’effetto della predazione della volpe sulla selvaggina è infatti assai variabile in dipendenza di numerosi fattori locali. Ad esempio sia le densità del predatore sia quelle delle specie predate, la disponibilità e la dispersione di fonti di cibo alternative e, nel caso dei ripopolamenti, il grado di adattabilità degli animali immessi e le tecniche di rilascio utilizzate.
I dati ottenibili dagli studi sul regime alimentare della volpe forniscono informazioni puramente indicative, poichè, come è già stato evidenziato, tendono a valutare l’importanza relativa delle diverse specie preda nello spettro di predazione del carnivoro, ma non sono in grado di quantificare l’effetto limitante per le diverse specie predate. Da diversi autori la volpe viene indicata come la specie cui va ascritta in termini percentuali le maggiore predazione a carico di Anatidi, Galliformi e Lagomorfi, tuttavia anche questa constatazione non è di per sè sufficiente a chiarire l’importanza della predazione in rapporto ad esempio ad altri fattori limitanti.
In generale, sulla base dei dati disponibili, è possibile affermare che, almeno nel caso dei Galliformi, la predazione non influenza significativamente la densità delle popolazioni nel periodo preriproduttivo e di conseguenza le variazioni della consistenza media sul medio e lungo periodo, tuttavia può determinare una contrazione anche notevole della produttività, entrando localmente in conflitto diretto con gli interessi del mondo venatorio. [guarda caso, sono solo gli interessi economici che muovono le lobbies venatorie, non esiste in loro nessun accenno alla salvaguardia e alla tutela ambientale, sono solo loro ipocrisie. n.d.r.]


In definitiva quindi l’impatto sulla selvaggina della volpe, così come di altri predatori, seppur di difficile quantificazione, è stato confermato da vari studi, oltre ad essere peraltro intuitivo. In questo senso sembrerebbe pertanto più che giustificabile la posizione dell’ambiente venatorio, che considera il controllo della volpe come un importante strumento gestionale nell’ottica del miglioramento quali-quantitativo dei popolamenti della piccola selvaggina. In realtà, pur condividendo l’esistenza dell’ impatto predatorio esercitato dalla volpe, molti tecnici e studiosi di ecologia non concordano con questo approccio, infatti il punto di contrasto che spesso emerge con l’ambiente venatorio non sta nell’ammettere una certa pressione della volpe sulla selvaggina, quanto sulla reale possibilità di intervenire efficacemente per limitare tale pressione. Osservando i dati disponibili relativi alle campagne di abbattimento e controllo delle volpi non si può non notare come il numero di volpi abbattute si mantenga pressochè stabile per molti anni nelle stesse aree a parità di sforzo. Ciò indica chiaramente come il prelievo non abbia prodotto alcuna diminuzione della popolazione di volpe, la quale ha evidentemente compensato immediatamente le perdite subite grazie ai meccanismi di autoregolazione illustrati in precedenza. La cosa è ampiamente confermata dai ripetuti tentativi inesorabilmente falliti, di bloccare l’avanzata della rabbia silvestre, effettuati in tutta Europa per decenni, attraverso la riduzione delle popolazioni volpine in natura. In molte circostanze si hanno buone ragioni per sostenere che tali interventi di controllo abbiano in realtà provocato una accelerazione del fronte epizootico, proprio perchè l’eliminazione delle volpi residenti richiama altre volpi, spesso portatrici dell’infezione, da territori limitrofi. Solo attraverso campagne diffuse di vaccinazione delle volpi è stato possibile fermare l’avanzata della malattia, proprio perchè le volpi residenti, una volta vaccinate, costituiscono un fronte immune che impedisce a eventuali volpi infette provenienti da altre aree di assestarsi sul territorio e di estendere il contagio. In realtà i mezzi utilizzabili dal punto di vista tecnico e legale per il controllo diretto delle volpi non sono abbastanza efficaci da garantire il prelievo di una quota consistente della popolazione, a meno di un impegno, in termini di uomini, mezzi e denaro, decisamente sproporzionato in relazione ai possibili benefici. D’altra parte l’uso di mezzi non selettivi non è consentito dall’attuale legislazione italiana e pone, oltre a gravi ed evidenti problemi di tipo conservazionistico, anche problemi di sicurezza e di etica. Inoltre una ipotetica campagna di drastico controllo, oltre che realizzabile solo in aree molto limitate, dovrebbe mantenersi costante nel tempo, pena la vanificazione dei risultati non appena si allentasse la pressione. Ciò induce diversi autori a ritenere che un controllo di popolazione della volpe realmente efficace risulti virtualmente impossibile con il solo ricorso a mezzi strettamente selettivi (armi da fuoco) e mettendo in atto uno sforzo realizzabile nel contesto della gestione faunistica corrente.
Tutti questi elementi rendono scettici gli ecologi sulla reale convenienza, in termini di risorse impiegate e di risultati ottenibili, delle operazioni di controllo diretto della volpe, se non finalizzate al raggiungimento di obiettivi molto precisi e limitati nel tempo e nello spazio.
In effetti occorre ricordare che il controllo dei predatori e della volpe in particolare non è che uno degli strumenti in grado di agire sulla dinamica delle popolazioni di specie di interesse cinegetico. Ad esso infatti possono essere contrapposti altri interventi gestionali, riferibili qui genericamente come miglioramenti ambientali, i quali sono in grado di determinare un notevole aumento della densità media dei popolamenti di piccola selvaggina e, contrariamente al controllo dei predatori, producono effetti indotti di tipo ecologico, paesaggistico ed estetico positivi ed apprezzabili da parte della generalità dell’opinione pubblica.
Non va infine dimenticato che ogni modificazione stabile di una popolazione animale non può ottenersi che intervenendo sul suo habitat, agendo soprattutto sulle risorse alimentari disponibili. In questo senso predatori opportunisti come la volpe possono essere controllati assai più proficuamente attraverso misure indirette, tese cioè all’ inibizione dei fattori ecologici che stanno alla base dell’aumento locale delle popolazioni volpine, in particolare:
a) La graduale eliminazione delle discariche di rifiuti a cielo aperto o, quantomeno, la recinzione delle stesse a prova di animale;
b) L’eliminazione delle operazioni di ripopolamento intese come massiccio rilascio di selvaggina allevata piuttosto che come reintroduzioni operate su corrette basi tecnico-scientifiche.
c) L’eliminazione di tutte le fonti alimentari di origine antropica, quali le discariche abusive, soprattutto avicole, e quant’altro rappresenta scarto della produzione dell’allevamento.

domenica 16 gennaio 2011

SCIENZA E NUTRIA (Myocastor coypus) - 4

Alcuni paragrafi tratti dall'introduzione di uno studio effettuato dal Centro di Ricerca, Documentazione e Promozione del Padule di Fucecchio. Per maggiori informazioni in merito alla corretta interpretazione di quanto scritto e dei dati si prega di contattare il curatore di questo sito.

FIG. 1 - Coypu in un laghetto con uccelli acquatici


RICCARDO PETRINI, ALESSIO BARTOLINI & EMILIA VENTURATO
La nutria (Myocastor coypus)
Quaderni del Padule di Fucecchio n. 1 (2001): 173-199



La nutria (Myocastor coypus) è un roditore originario del Sud America introdotto in Europa agli inizi del 1900 (LEVER 1985) per la produzione della pelliccia, il cosiddetto castorino. Nel corso dei decenni la fuga e la deliberata liberazione di numerosi esemplari, per il venir meno della convenienza dell’allevamento, ha portato alla costituzione di popolazioni selvatiche in molti paesi europei. A causa della notevole adattabilità della specie, dell’elevato tasso di natalità e della pressoché totale assenza di predatori, le nutrie si sono spesso diffuse in maniera dilagante.
Animale semi-acquatico e di abitudini in prevalenza notturne, la nutria ha mostrato una notevole capacità di adattamento ad un’ampia gamma di ambienti di acqua dolce e salmastra: paludi, laghi, lagune e corsi d’acqua a lento scorrimento. Si insedia preferibilmente nelle zone con ricca vegetazione, spingendosi anche lontano dalle rive in cerca di cibo o durante gli spostamenti tra diverse zone umide. Preferisce le zone di pianura, ma può spingersi anche oltre i 1000 metri di quota (WOODS et al. 1992). Può raggiungere un peso di 8-9 kg ed una lunghezza totale di 80-100 cm. Prevalentemente erbivora, la nutria ingerisce quotidianamente
l’equivalente del 25% del suo peso sotto forma di vegetali freschi (GOSLING 1979). La dieta comprende parti epigee e radici di piante acquatiche (Phragmites, Typha, Sparganium, Nynphaea, ecc.) e coltivate.
La nutria si trova a suo agio sia sul terreno sia in acqua; in caso di pericolo tende tuttavia a fuggire attraverso i corpi idrici, dove può immergersi per alcuni minuti e scendere a vari metri di profondità. Trascorre i periodi di inattività in giacigli di materiale vegetale nascosti tra la vegetazione riparia, oppure all’interno di tane scavate nelle rive.La specie è territoriale e scarsamente gregaria, anche se in alcune aree sono state osservate popolazioni strutturate in clan, fra individui aventi generalmente legami di parentela . I giovani maschi abbandonano precocemente il territorio dove sono nati e possono compiere ampi spostamenti alla ricerca di aree ove sia minore la competizione territoriale. Le femmine al contrario si spostano meno, e spesso i territori di diverse femmine tendono a sovrapporsi (GOSLING 1977, MICOL 1991b).
A parte la volpe, che può attaccare anche subadulti, le altre predazioni, riferibili a uccelli da preda e a carnivori terrestri, sono a carico dei giovani.
In Italia la nutria ha iniziato a diffondersi con popolazioni selvatiche soprattutto a partire dalla metà degli anni ’70. Le popolazioni più consistenti si hanno attualmente nella parte centro settentrionale della penisola, mentre nelle regioni meridionali la specie è presente con pochi nuclei isolati.
In Toscana è presente allo stato selvatico fin dalla metà degli anni ’60. Le prime popolazioni riproduttive si sarebbero formate lungo il corso dell’Arno a seguito di una massiccia liberazione di animali da parte di un grosso allevamento avvenuta in occasione dell’alluvione del novembre del 1966.
Nella maggior parte dei casi inoltre l’ingresso della nutria, così come di altre specie alloctone, si innesta in un quadro già compromesso a causa di processi di trasformazione in atto (per esempio l’interramento, l’inquinamento, ecc.) che mettono seriamente a rischio la sopravvivenza delle emergenze botaniche e faunistiche notevoli.

sabato 4 dicembre 2010

Buccinasco – Un nuovo metodo di contenimento delle nutrie

Buccinasco (2 dicembre 2010) – Abbattere le nutrie per evitare il sovrappopolamento non è l’unica soluzione e non è nemmeno la migliore. Questa l’argomentazione di due biologi italiani che domani, attraverso una conferenza stampa, spiegheranno un metodo alternativo di contenimento della specie già sperimentato con successo nel Comune di Buccinasco. La nutria (Myocastor coypus) è un roditore originario delle zone subtropicali del Sud America meridionale. In Argentina, in condizioni naturali, i gruppi sociali sono formati da molte femmine adulte e subadulte, un maschio dominante, numerosi maschi adulti e subadulti subordinati e un numero variabile di giovani (Guichon et al., 2003). I maschi dominanti difendono attivamente e marcano il territorio contro le intrusioni di altri maschi. Questo mammifero, importato in Europa con l’intento di farne un animale da ‘pelliccia’, si è subito ben adattato all’ambiente acquatico e si è diffuso invasivamente negli ambienti umidi dell’Italia peninsulare e insulare causando talvolta estesi danneggiamenti alle biocenosi acquatiche, alle coltivazioni e ai manufatti. Ad oggi, per il controllo numerico della nutria, si utilizzano l’eutanasia, le armi da fuoco e le esche avvelenate. “Il nostro progetto - afferma il biologo Samuele Venturini – si basa su un contenimento ‘naturale’ dove individui riproduttori sterilizzati, continuando a difendere il territorio in competizione per il cibo e gli spazi con gli individui fertili, impediscano fenomeni di immigrazione e riducano il tasso riproduttivo della colonia. Questo è un sistema indolore, rispettoso della vita e sicuramente più gradito dell’uccisione cruenta che risulta impopolare presso il pubblico più sensibile. Da un anno circa stiamo sperimentando la sterilizzazione nell’area urbana e suburbana del comune di Buccinasco (MI). E i risultati positivi ci spingono a proseguire per questa strada che ci auguriamo di continuare a percorrere sempre con il supporto di Regione Lombardia.” Gli animali vengono così catturati, trasportati in un ambulatorio, visitati, analizzati, chippati, sterilizzati e poi reinseriti nel loro habitat dove vengon costantemente monitorati. “Da amante della natura quale sono – afferma Loris Cereda, Sindaco di Buccinasco - non posso che essere favorevole a questo metodo e sono stato ben contento che Buccinasco sia stato il Comune pilota di quest’operazione. Mi auguro che i risultati continuino ad essere quelli sperati e che la nostra esperienza possa essere d'esempio per altre città”. Alla conferenza Interverranno: il dottor Samuele Venturini, il dottor Gerard Mangiagalli, Clinica Veterinaria Europea, il dottor Giorgio Chiozzi, Museo di Storia Naturale di Milano, il Sindaco Loris Cereda, Comune di Buccinasco, la signora Anna Corbani dell’Associazione Tom & Jerry.
Ufficio stampa Comune di Buccinasco

venerdì 12 novembre 2010

ALLUVIONI: LA FAUNA (E LE NUTRIE) NON E’ RESPONSABILE DELL’INCURIA DELL’UOMO

Come purtroppo spesso accade ogni anno, con l'arrivo della stagione autunnale che porta con sè molte piogge, si ripresenta quasi puntuale il fenomeno delle alluvioni con coinvolgimento anche di vite umane. E come purtroppo accade in questi casi il copione è sovente il medesimo: la colpa è degli animali! Naturalmente biologi, faunisti, naturalisti, tecnici, etc. sanno perfettamente che ciò non corrisponde al vero. La responsabilità è da imputarsi solo ed esclusivamente sempre all'uomo. Alle amministrazioni fa comodo sbarazzarsi delle responsabilità dovute ad una cattiva gestione e condotta del territorio in questione, così per non dover pagare multe o fare una "brutta figura" verso i proprio concittadini ecco che tirano in ballo la farsa degli animali che causano alluvioni! Fortunatamente esistono studi e dati scientifici che smentiscono ciò e dimostrano invece la veridicità di biologi e altre persone competenti in materia e che soprattutto non hanno legami economici particolari. Va nostro malgrado ricordato che dietro ogni disastro preannunciato (come le alluvioni) vi ruotano molti interessi economici. Per rincarare la dose, dare la colpa (inesistente e infondata) agli animali serve a certe categorie di individui per portare avanti altri interessi lucrosi che sono poi la vera causa del degrado ambientale in cui ci troviamo da alcuni anni a questa parte.
Dato che in questo spazio vengono rigorosamente riportati fatti, documenti, dati scientificamente corretti e affidabili, per favorire la divulgazione delle corrette informazioni ecco quanto dice l'ISPRA a proposito:

RISCHIO IDROGEOLOGICO

[...] Le ricerche svolte fino a oggi hanno messo in luce la complessità, nel nostro paese, dell'analisi del rischio geologico-idraulico, diretta conseguenza dell'estrema eterogeneità degli assetti geologico-strutturali, idrogeologici e geologico-tecnici e di un'ampia gamma di condizioni microclimatiche differenti anche in aree limitrofe o apparentemente simili. Se a tutto questo si somma il fatto che la penisola italiana, essendo geologicamente "giovane" , è ancora soggetta a intensi processi morfogenetici che ne modellano in modo sostanziale il paesaggio, si comprende come i fenomeni di dissesto legati al rischio geologico-idraulico possano manifestarsi, in relazione alle molteplici combinazioni di tutte le variabili in gioco, secondo diverse modalità; sono perciò riscontrabili evidenti diversità dei suddetti fenomeni, soprattutto legate alle differenti entità dei volumi coinvolti, alla velocità del movimento, ai numerosi contesti territoriali in cui si possono verificare (area di fondovalle, pedemontana o di versante) e alle numerose tipologie (ad esempio crolli, scivolamenti, colate, debris e mud flow). Per una efficace valutazione del rischio associato a un determinato evento atteso per una certa porzione di territorio diventa allora indispensabile la conoscenza di tutti i fattori sopra indicati e, quindi, un approfondito studio dello stesso e dei fenomeni naturali che lo caratterizzano.


Sempre dal sito dell'ISPRA:

RISCHIO IDROGEOLOGICO - FATTORI DI RISCHIO

Nell'ampio quadro dei fattori che concorrono a definire un determinato grado di pericolosità per una certa area rispetto a eventi di dissesto geologico-idraulico, non può di certo essere tralasciata l'attività antropica che, soprattutto negli ultimi decenni, ha in molti casi condizionato, fino a modificare a volte in modo sostanziale, le dinamiche del paesaggio naturale attraverso la propria attività sul territorio. Quest'ultima, quando svolta senza controllo e senza adeguati criteri di sfruttamento delle risorse, ha incrementato il rischio rispetto a fenomeni di dissesto già presenti o ne ha indotti di nuovi, incrinando i già delicati equilibri di un territorio ad alta fragilità. In alcuni casi, ad esempio, lo sviluppo socio-economico e demografico ha portato allo sfruttamento e all'occupazione di determinati contesti ambientali, quali le piane alluvionali, senza tenere conto della loro naturale tendenza evolutiva. Tale sviluppo, nonostante gli indubitabili benefici apportati alla società, ha però saturato e "imbrigliato" il territorio attraverso la costruzione di numerose opere, l'utilizzo di tecniche agricole produttive estensive assai poco rispettose degli equilibri idrogeologici, l'aumento della propensione al dissesto e, di conseguenza, l'incremento significativo del rischio ad esso associato.
Alla luce di quanto detto, appare chiaro che una corretta politica di previsione e prevenzione deve mirare alla mitigazione del rischio geologico-idraulico individuando un livello di rischio adeguato, da considerare accettabile compatibilmente con la salvaguardia della vita umana e con il tipo di utilizzo del territorio.
Dato che in questa sede si vuole non solo essere "informativi" ma anche propositivi, ecco sempre sull'ottimo sito dell'ISPRA cosa viene detto per prevenire tali fenomeni e salvare potenzialmente vite umane:

RISCHIO IDROGEOLOGICO - ATTIVITA' DI PREVENZIONE

Per rispondere all'esigenza di prevenire il rischio geologico-idraulico e per accelerare quanto previsto dalla legge quadro 183/89, è stato emanato il decreto legge 180/98, convertito e modificato dalla legge 267/98, con l'intento di avviare un programma finalizzato all'individuazione e alla delimitazione delle aree a rischio geologico-idraulico nell'ambito del territorio nazionale e di predisporre adeguate misure di salvaguardia atte a rimuovere le situazioni a rischio più elevato. Tali interventi, generalmente realizzati attraverso il ricorso a opere di ingegneria civile e idraulica, hanno lo scopo di mitigare il livello di rischio attraverso la riduzione sia della pericolosità (intensità) dell'evento atteso sia della vulnerabilità dei soggetti a rischio.
Nel primo caso vengono realizzati interventi di sistemazione dei versanti (consolidamento delle aree in frana, drenaggi, piantumazioni) e di regimazione delle acque lungo tutta la rete idrica superficiale (vasche di laminazione, pennelli trasversali, canali scolmatori, briglie); nel secondo caso vengono costruite opere di difesa passiva (muri di contenimento, canalizzazioni, argini, sistemi di allerta e di allarme) nelle aree dove sono presenti soggetti a rischio. Riguardo a tali misure di carattere strutturale, va sottolineato che la loro realizzazione deve sempre essere preceduta da uno studio accurato di compatibilità ambientale non solo rispetto all'impatto paesaggistico che necessariamente opere del genere comportano, ma anche nei confronti delle modificazioni indotte dall'opera in tutto il bacino idrografico considerato nel suo insieme. A tal fine è fondamentale anche una approfondita analisi costi/benefici che giustifichi la realizzazione dell'opera sia rispetto a quanto si vuole salvaguardare, sia rispetto alla tipologia dell'intervento proposto.
Al di là dell'indubbia necessità e utilità di interventi di tipo strutturale per la mitigazione del rischio geologico-idraulico, nell'ottica non solo di una migliore compatibilità ambientale ma anche di un corretto equilibrio finanziario, di un miglior inserimento nel paesaggio e di una sensibilizzazione pubblica verso le tematiche di protezione ambientale, è auspicabile che vengano adottate anche misure di salvaguardia non strutturali, essenzialmente a carattere preventivo. La loro efficacia risiede, oltre che in una adeguata e ordinaria manutenzione del territorio, in una corretta politica di programmazione e pianificazione territoriale da effettuare a valle di una accurata conoscenza dei processi morfogenetici naturali che guidano l'evoluzione del paesaggio. Tale programmazione viene realizzata già in fase di redazione del piano regolatore generale attraverso l'imposizione di vincoli di tipo urbanistico, l'emanazione di mirate regolamentazioni edilizie, la scelta di una idonea disciplina circa l'uso del territorio nelle aree maggiormente vulnerabili. Queste soluzioni possono essere integrate dall'applicazione di vincoli e prescrizioni riguardo alle pratiche agricole e alle modalità d'uso agro forestale del suolo.
Altresì, negli ultimi anni da molte parti del mondo politico e scientifico si avverte la necessità di una maggiore responsabilizzazione dei privati cittadini nella corretta localizzazione dei manufatti da inserire nel territorio. A tal fine si auspica l'introduzione di prescrizioni assicurative a salvaguardia dei beni e degli strumenti di servizio presenti nelle aree a maggior rischio. Questo tipo di approccio a un problema tanto gravoso potrebbe portare, oltre che a un'effettiva mitigazione delle condizioni di rischio che attualmente si registrano nel nostro paese, anche ad un recupero da parte delle comunità locali della coscienza civile e ambientale, che porti ogni privato cittadino ad acquisire la consapevolezza dei naturali processi che guidano l'evoluzione del territorio, requisito fondamentale per convivere correttamente anche con condizioni di rischio e per rendere efficace qualsiasi politica in favore dell'ambiente.

Per concludere questo doveroso articolo voglio citare solo alcune notizie e considerazioni:

1) è stato redatto un bellissimo studio composto da una raccolta di dati molto estesa e affidabili che dimostrano come le alluvioni siano provocate dall'incuria dell'uomo e di come nella storia (da poco più di 1000 anni a questa parte) nessun animale sia stato la causa della più piccola alluvione.
2) Sono diverse decine gli animali che vivono e interagiscono con gli argini e vivono in armonia con i corsi d'acqua da milioni di anni, molto prima dello sviluppo della civiltà moderna ovviamente. Guarda caso proprio da quando l'uomo ha iniziato a modificare in malomodo l'ambiente si sono creati i problemi.
3) Esistono casi di Comuni italiani che hanno richiesto indennizzi per danni agli argini (causati dagli animali...) quando in realtà in quei Comuni non esistono corsi d'acqua!
4) Molto, troppo spesso si è data la colpa alle nutrie (colpa infondata) per acuni straripamenti - come quello del Po - salvo poi rendersi conto e scoprire che la causa dei cedimeni è stata la non curanza e la leggerezza della ditta che aveva in appalto i lavori di manutenzione!

Infine una ulteriore dimostrazione dell'innocenza della fauna e della colpevolezza dell'uomo risiede proprio nelle alluvioni stesse. Nelle Regioni colpite da questi avvenimenti sono attuati ogni anno piani di abbattimento veramente inutili e dispendiosi quindi secondo la logica tali piani (pagati con i soldi dei cittadini TUTTI) dovrebbero eradicare o quanto meno ridurre in maniera assai drastica gli effetti della presenza di questi animali, nello specifico i piani di abbattimento si effettuano per evitare i danni proprio agli argini. Ebbene nonostante sia da decine di anni che vengono sprecati soldi e uccisi animali in modo crudele (per non parlare del fatto che le pelli e le carni delle nutrie  - ma non solo - vengono vendute in quanto esiste un mercato nero dietro tutto ciò, basti pensare anche agli uccelli protetti che i cacciatori uccidono per venderli di sottobanco ai ristoranti), la colpa delle alluvioni è sempre di questi animali! E senza prove! Ma come? quindi se sono le nutrie allora gli abbattimenti non servono!! Se si uniscono i puntini si può facilemente dedurre e comprendere come siano proprio gli stessi abbattimenti ad accrescere il numero di nutrie, ad inquinare l'ambiente e a destabilizzare gli argini!

Riassumendo, perchè avvengono le alluvioni? Principalmente a causa dell'azione dell'uomo, della sua incuria, superficialità, fatalità e per meri interessi economici.

lunedì 25 ottobre 2010

SCIENZA E NUTRIA (Myocastor coypus) – 3

Il metodo di cattura-ricattura è stato applicato dal gennaio 1989 a giugno 1991 in una zona di 37,5 ettari situata nella valle centrale del fiume Tevere (Lazio), finalizzato alla stima dei parametri demografici di una popolazione di nutrie nel clima mediterraneo e in via preliminare per investigare i fattori che ne regolano il numero. In questa regione la popolazione ha oscillato tra 27 e 137 individui e ha seguito un andamento stagionale. E’ diminuita dopo l’inverno e aumentata tra l’estate e l’inverno. La densità è rimasta pressoché stabile durante gli inverni miti. I tassi di sopravvivenza sono rimasti relativamente elevati durante l’intero periodo di studio, l’attività riproduttiva e le integrazioni alla popolazione dal sito di riproduzione, tuttavia, hanno mostrato picchi minimi a seguito di inverni più freddi. Alcune analisi preliminari hanno mostrato che il fallimento delle gravidanze e le morti post parto dei nuovi nati costituiscono il fattore più importante nei riguardi della mortalità totale, e sono positivamente correlati al numero di nutrie nei periodi precedenti. L’impossibilità di realizzare la massima fecondità potenziale è inversamente proporzionale alla densità di nutria precedente. Abbiamo dimostrato che le perdite post-assunzione svolgono solo un ruolo secondario nella determinazione della diminuzione della popolazione.

Reggiani,G ,Boitani,L and De Stefano, R 1995 PopulaUon dynamics and regulation in the coypu Myocastor coypus in central Italy – Ecography 18 138-146

domenica 26 settembre 2010

LONTRA E NUTRIA: STESSO NOME PER UNO STESSO DESTINO?

In Europa la popolazione di Lontra ha subito un drastico calo nel periodo compreso tra il 1960 ed il 1970, a causa dell'inquinamento, della caccia e della riduzione dell'habitat. Attualmente sono presenti popolazioni in buone condizioni in Portogallo, Irlanda, Grecia, Scozia e Russia settentrionale. Le popolazioni di lontra stanno recuperando naturalmente nel resto della Gran Bretagna ed in Finlandia. In Italia la specie è rara o in forte decremento numerico, ed è attualmente una delle specie di Mammiferi maggiormente esposta al rischio di estinzione.
FIG. 1 - Lontra (Lutra lutra)

Tutela: La lontra europea è tutelata dalle seguenti convenzioni internazionali:
* Delibera del Consiglio Europeo 82/72, 3/12/1981 relativa alla Convenzione sulla Conservazione della Fauna Europea e degli habitat naturali (Convenzione di Berna), Appendice II.
* Direttiva CEE 92/43 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche (Direttiva "Habitat"), Ministero dell'Ambiente.
* CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora). Appendice I.
* Regolamento CEE 338/97, relativo alla protezione di talune specie della flora e della fauna selvatiche mediante il controllo del loro commercio (recepimento del CITES a livello europeo), Allegato A.

Da: Prigioni, in Mitchell-Jones et al. The atlas of European mammals. London: T&AD Poyser, 1999

Pericoli per la sopravvivenza della specie
Collocandosi ai vertici della catena alimentare, la Lontra è particolarmente esposta agli effetti prodotti dalle alterazioni del suo ambiente di vita. Il declino delle popolazioni, sia a livello europeo sia italiano, è attribuibile all'azione combinata di più fattori, tra i quali i principali sono: l'inquinamento delle acque, la distruzione dell'habitat, la caccia condotta indiscriminatamente e il disturbo antropico. Ad essi va aggiunto, almeno per alcuni Paesi, il traffico stradale.

Inquinamento dell'acqua
Gli effetti prodotti dall'inquinamento idrico sulla Lontra possono essere distinti in due grandi categorie: quelli indiretti, identificabili con la compromissione delle sue risorse alimentari o più in generale dell'ambiente, e quelli diretti, dovuti al bioaccumulo di sostanze tossiche (tra cui i piombini delle cartucce durante la caccia e gli ami abbandonati dai pescatori).

Compromissione dell'ambiente naturale
Gli ambienti acquatici sono in genere i più facilmente soggetti a degradazione a causa della loro intrinseca fragilità; qui, dunque, le modificazioni ambientali agiscono con effetti amplificati. La Lontra è una delle principali componenti faunistiche ad aver risentito della compromissione degli habitat naturali avvenuta soprattutto negli ultimi decenni. La situazione dei fiumi italiani dal punto di vista degli interventi di regimazione (come arginatura, canalizzazione, deviazione o rettificazione del corso, ecc.) è drammatica. Tali interventi comportano modificazioni dirette dell’ambiente, innanzi tutto la distruzione della vegetazione riparia e, secondariamente, variazioni chimico-fisiche delle acque. La rimozione della vegetazione ripariale ha profonde ripercussioni negative sull'intero ecosistema acquatico fluviale.

La persecuzione
La caccia ha una grande responsabilità nel declino della specie in diversi paesi europei. Sebbene i dati desumibili da varie fonti storiche siano molto frammentari, è stato stimato che durante il secolo scorso siano state uccise oltre 541.000 lontre, pari ad una media annua di circa 5.700 esemplari. Questi dati sono senz'altro in difetto, considerato che per diversi paesi non si dispone di notizie storiche.  Considerata un flagello per il patrimonio ittico, oltre che preda ambita per la sua pelliccia, la Lontra ha subito una spietata persecuzione che, molto spesso, veniva incentivata con taglie e premi anche elevati. La caccia era praticata (e in parte lo è ancora) sia con tagliole, lacci e trappole di vario tipo, sia con mute di cani appositamente addestrati. Anche in Italia, dove questo Mustelide è stato considerato "nocivo" fino al 1971 e cacciabile fino al 1977, la persecuzione ha fatto numerosissime vittime; una stima complessiva delle lontre abbattute è riportata per il decennio 1963-73, periodo in cui sarebbero stati uccisi non meno di 660 esemplari (Cagnolaro et al., 1975). Questo dato è una chiara testimonianza che circa trent’anni fa la specie era ancora abbastanza diffusa e abbondante.
La lontra ormai è giunta sull'orlo dell'estinzione a causa dell'azione devastante dell'uomo che, cacciando, cementificando ed inquinando i fiumi, costruendovi ponti, case, strade e ferrovie ha ridotto drasticamente il suo habitat.
Inoltre, a causa dei danni che provoca alla fauna ittica, in quanto ottima pescatrice, è stata sempre perseguitata dall'uomo e anticamente venivano offerte ricompense ai cacciatori semplicemente per il suo abbattimento. Oggi è molto ricercata la sua pelliccia, usata per preparare vari capi di vestiario, mentre con i peli della coda si fanno pennelli e con la parte lanosa del pellame si confezionano copricapo.


Le cause che hanno portato le popolazioni, sia italiane e sia europee, sull’orlo dell’estinzione, sono attribuibili ad una serie di fattori concomitanti, tra cui i più importanti sono:
•           Inquinamento delle acque con sostanze tossiche o eutrofizzanti;
•           Alterazione dell’habitat con il prosciugamento delle aree umide, la captazione delle acque per scopi irrigui o idroelettrici, l’arginatura artificiale di canali e fiumi;
•           Caccia e bracconaggio;
•           Disturbo antropico dovuto soprattutto alle attività “ricreative”, come per esempio la pesca.


Molte sono le analogie che accomunano dal punto di vista della sopravvivenza la lontra con la nutria (castorino).

LONTRA:
-          Cacciata per la pelliccia
-          Considerata nociva (in realtà non lo è)
-          Può scavare tane negli argini ma occupa spesso tane già esistenti
-          Si ciba di pesce e i “pescatori” si lamentano
-          Mercato nero per la pelliccia attualmente attivo

NUTRIA:
-          Cacciata per la pelliccia
-          Considerata nociva (in realtà non lo è)
-          Può scavare tane negli argini ma occupa spesso tane già esistenti
-          Si ciba di vegetazione e i “contadini” si lamentano
-          Mercato nero per la pelliccia (e la carne) attualmente attivo


FIG. 2 - Coypu o Nutria (Myocastor coypus)

E’ importante che la nutria non faccia la stessa fine della lontra ma che anzi venga valorizzata per quello che è veramente, un castoro di palude che grazie alla sua presenza mantiene vivi gli ecosistemi della Pianura Padana e non solo. La persecuzione verso la lontra e la nutria oltre ad essere estremamente antiscientifica è anche biologicamente, ecologicamente, eticamente e moralmente inaccettabile. Non è giusto che a causa dei soliti interessi economici di poche lobbies (venatorie in primis) sia sempre l’ambiente a pagarne le conseguenze. E’ fondamentale che le Amministrazioni pongano fine ai rapporti con il mondo venatorio e che instaurino una miglior sinergia con le persone e le organizzazioni preposte ad una vera, corretta e più scientifica gestione faunistica.

sabato 4 settembre 2010

DIFFUSIONE E DISTRIBUZIONE DELLA NUTRIA (Coypu – Myocastor coypus) IN AFRICA



FIG. 1 – Distribuzione della nutria in Africa

Kenya: gli esemplari di castorino sono stati importati al Plateau Kinangop per l’allevamento da pelliccia nel 1950 (Harper e altri, 1990). Nel 1965 alcuni individui erano fuggiti e hanno raggiunto il lago Naivasha (Harper e altri, 1990). I Pitoni (Python rebae) sono stati introdotti come controllo biologico, ma sono stati inefficaci (Harper e altri, 1990). Nathan Gregory (Università di Princeton) ha riferito di aver visto le nutrie nel distretto di Laikipia del Kenya nel 2005 e ha fornito prove fotografiche per la conferma. Egli ha avuto anche la conferma dai suoi informatori posti sul fiume e sui laghi Narok Naivasha e Albalosit.



Zimbabwe, Zambia e Botswana: le Nutrie sono state introdotte poco tempo prima del 1958  in Zimbabwe, Zambia, Botswana (Aliev, 1967). Howerth e altri (1994), le hanno segnalate  in Africa, mentre Woods e altri (1992) affermano che esse sono presenti in Africa orientale. Non vi è alcun indiziodella naturalizzazione della nutria (Johan du Toit, Mammal Research Institute di Pretoria, Sud Africa, scritto commun., 2001).

fonte: http://www.nwrc.usgs.gov/special/nutria/africa.htm

giovedì 5 agosto 2010

LA NUTRIA NON E' PIU' UN FLAGELLO - IUCN 2010

Come per l'anno 2009, anche quest'anno sul sito IUCN relativo alle Red List è possibile verificare il dato dello scorso anno (2009) ovvero che anche per il 2010 la Nutria - Coypu o Castorino, Myocastor coypus - non rappresenta più un "problema" e difatti la popolazione globale di castorini è in decremento, salvo per l'areale di origine dove viene a tutt'oggi ancora allevata per la pelliccia e la carne dalle popolazioni locali. Solo in determinati contesti di origine antropica la nutria può essere concausa di uno squilibrio ambientale. I motivi di ciò vanno ricercati nelle vicinanze di precedenti allevamenti di castorino e nelle campagne di abbattimento che sono la principale ragione dell'incremento del numero di questo roditore. Va ricordato infine che a tutt'oggi esiste un forte commercio e business (nero) tra coloro preposti all'abbattimento delle nutrie e la domanda del mercato delle pellicce estero e della carne sia per farine (pellets) che per ristoranti, sia stranieri che italiani. Come metro di paragone basti pensare infatti come a Brescia vengano cacciati illegalmente moltissimi volatili protetti dalle Leggi solo per il lucro che si ricava dalle ricette di alcuni ristoranti. Purtroppo è sempre l'uomo la causa della perdita di biodiversità e del degrado ambientale.

FIG. 1 - aggiornamento IUCN 2010