martedì 12 luglio 2011

STORIE DI COYPU (NUTRIA) - NU

Questa è la storia di un animale di nessuno. Trovato sull’asfalto in una notte fredda. Sembrava cadavere ma non lo era. Uno come tanti lungo le strade di campagna.
Per quest’animale, odiato e temuto da tutti, nessuno versa una lacrima. Molti cacciatori gli sparano per divertimento, altri per lavoro (la provincia paga per ogni coda consegnata). Nemico numero uno degli agricoltori perché scava e fa crollare i canali d’irrigazione.

Investita da un auto trovata quasi priva di sensi

In realtà le nutrie non hanno colpa. Vivevano tranquille in Sud America finché l’uomo ha deciso di importarle in Italia per fare allevamenti in quanto vengono usati per le pellicce. Un giorno gli allevamenti sono stati chiusi e molti animali sono stati liberati su un territorio non loro. Ma le nutrie si sono adattate alla pianura e il loro numero si è incrementato a dismisura. Come con altri animali, l’intervento irresponsabile dell’uomo ha squilibrato i meccanismi delicati e fragili della natura.
Il risultato si può notare ogni mattina sulle strade. Una strage di nutrie ai lati dell’asfalto. Così anche Nu. Ma lui per un destino strano è rimasto vivo. Solo perché quella notte è passato lì un veterinario che ha notato un leggero movimento di quella testa che inorridisce tanta gente.
Portato in Ospedale, Nu, così l’abbiamo chiamato, è stato sottoposto a tutti gli esami come qualsiasi animale di proprietà. L’investimento ha provocato la frattura delle zampe anteriori e la rottura della vescica. Se non veniva operato subito sarebbe morto entro poche ore. L’abbiamo operato.

Nu in sala operatoria

Sistemata la vescica e le fratture, Nu ha ripreso lentamente. I primi giorni dopo l’intervento erano difficili, lui, essendo animale selvatico, non voleva mangiare e cercava di aggredirci in ogni occasione. Lo si teneva in due mentre una terza persona lo alimentava con la siringa.

Nu alimentata un po’ contro la sua volontà

Con il passare dei giorni Nu ha capito che da noi trovava solo tante coccole e tanto buon cibo da mangiare senza la fatica che era abituato a fare per mangiare in natura. Presto ha iniziato a mangiare le mele dalla nostra mano (le sue erano fasciate per le fratture). Le nutrie hanno denti enormi e bisogna stare attenti alle dita quando li si da mangiare.

I denti di Nu

Dopo qualche settimana Nu si è abituato a noi. Ci seguiva lungo il corridoio e quando ti fermavi si fermava anche lui, alzandosi il tronco di tanto in tanto a mo di canguro. Le zampe guarite e ormai senza fasciature, venivano usate come le mani di una persona, bastava allungarli una carota o una mela e lui la prendeva con tanta agilità fra le sue mani che sembravano le mani di una persona.


Nu finalmente mangia da solo
Questa è la fase pericolosa con qualsiasi animale selvatico. Lui si abitua a te e tu ti innamori di lui. La separazione diventa molto difficile e c’è il rischio di tenerlo con te. Ma non è giusto. Loro sono nati liberi e in libertà devono tornare. E’ arrivato il momento di liberare Nu. Eravamo molto tristi ma sapevamo che l’alternativa era peggio.
L’ultimo giorno era particolarmente difficile. Non li abbiamo dato da mangiare per lasciarlo leggermente affamato al momento della liberazione. Lui mi guardava deluso e se non avete mai visto una nutria delusa, non sapete la delusione com’é. Nu è stato portato, in un trasportino da gatto, alle sponde di un fiume con la vegetazione particolarmente fitta. L’ho portato quasi a livello dell’ acqua, appoggiato il trasportino sull’erba e ho aperto la porta. Nu esitava per qualche secondo. Gli animali selvatici fanno sempre così in queste circostanze. Qualcuno gira la testa e ti fissa per un po’, strappandoti una lacrima. Poi partono, lentamente o velocemente, se ne vanno e tu torni a casa un po’ felice e un po’ triste.


Il dr. Offer Zeira libera la nutria Nu
Dott. Offer Zeira
fonte: http://www.ospedalesanmichele.it/nu.html

domenica 3 luglio 2011

PRIMO CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLA NUTRIA – PAVIA 18/06/11


Sabato 18/06/11 si è tenuto a Pavia il primo convegno internazionale sulla Nutria e l’associazione MI.F.A. onlus era presente. Prossimamente saranno resi pubblici gli “atti del convegno” e verrà redatto un rapporto che descriverà l’evento, gli argomeni discussi, i dati e i vari interventi. In definitiva si è ribadito anche ufficialmente quanto detto e scritto all’interno di questo blog, segno che il dott. Venturini, esperto di nutrie appunto, ha visto giusto e si è sempre basato sulla letteratura nazionale e internazionale con numeri e dati alla mano. Anche questo blog è stato citato pubblicamente al convegno dichiarando che le persone che lo curano sono appassionato ed esperte di questo animale. Lo staff dell’associazione ringrazia per questa citazione.

venerdì 24 giugno 2011

NUOVO AGGIORNAMENTO IUCN 2011 SULLA NUTRIA (Myocastor coypus)

Anche quest’anno lo IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) ha aggiornato la Red List delle diverse specie viventi prese in esame.
Per quanto riguarda il Coypu o nutria (Myocastor coypus) a livello globale la popolazione è per la terza volta consecutiva in decremento e non costituisce più un pericolo di nocività. Solo in determinati casi si possono constatare forti impatti ma sempre e solo dovuti alle già condizioni precarie dell’ambiente e alle attività di contenimento numerico mediant abbattimento effettuate senza criterio e solo per soddisfare gli interessi economici delle solite lobbies (venatorie e industria delle armi in testa).
Qui di seguito alcuni estratti del sito ufficiale in questione.

 
FIG. 1 – Sommario della pagina IUCN RedList relativa alla nutria

 
FIG. 2 – Decremento della popolazione di nutria nel mondo

 
FIG. 3 – Considerazioni finali della pagina IUCN riferita alla nutria

sabato 21 maggio 2011

Come accudire una Nutria – LEZIONE 9: L’ALLOGGIO

Quale è l’alloggio più consono per una nutria domestica? Esite una cuccia anche per questi animali?
Prima di rispondere a queste domande, è bene fare una piccola digressione su dove vive la nutria in natura, in allevamento e successivamente in casa, cercando di indirizzare il proprietario nella giusta scelta (o scelte) per il benessere del nostro castorino.


In natura: la tana
Il Coypu – o castoro sudamericano – in natura predilige, in ordine di importanza, ricavarsi un alloggio costruendo una sorta di “zattera” galleggiante costruita con giunchi o piante raccolte o staccate nei pressi della zona umida in cui risiede. Una volta costruita la sua piccola loggia, il castorino vi ricava all’interno la sua tana. Un tipo di sistemazione del tutto simile, su scala ridotta, alla loggia centrale delle dighe costruite dal castoro nordamericano o europeo (Castor fiber e Castor canadensis). In caso di mancanza di vegetazione sufficiente e in assenza dell’adeguata sistemazione, il Coypu si dirige verso l’occupazione o la creazione di tane ricavate dalla vegetazione del sottobosco. Risulta facile pertanto trovare nutrie che riposano tra i cespugli, insieme anche ad altri animali soprattutto uccelli acquatici (germani, gallinelle d’acqua, ecc.). Se non fosse presente neppure la vegetazione di sottobosco (siepi, cespugli ad esempio) e se il luogo lo permette, ecco che il nostro castorino per sopravvivere cerca di occupare anfratti o tane scavate negli argini già esistenti (tane costruite da nutrie o da altri animali). In mancanza anche di questa ultima possibilità allora il Coypu costruirà la sua casa scavando una tana in un punto a lui congeniale che corrisponde sempre alla assenza di vegetazione in quanto le piante e le radici sono un ostacolo alla sua attività fossoria (che ricordiamolo è solo facoltativa e accessoria) ma come abbiamo visto poc’anzi rappresentano in realtà un ottimo rifugio evitando l’attività di scavo.



In allevamento: la stabulazione
Quando vi erano gli allevamento di castorino, per la pelliccia, le nutrie venivano allevate in recinti e stabulari appositamente progettati per loro. Non entro in merito alla struttura rimandando il lettore ai libri specializzati che anche il sottoscritto possiede. Chi fosse interessato ad avere informazioni in merito può contattarmi.



In casa: la cuccia
Il castorino ben si adatta alla vita domestica e può ricavare il proprio alloggio a seconda di come viene abituato nel tempo. Se si possiede uno spazio aperto, ad esempio un giardino, è facile trovare una sistemazione adatta alle diverse esigenze, ponendo attenzione alla sicurezza della sua incolumità. In caso di appartamento, da 0 a 2 anni circa può vivere in una gabbia da coniglio, sempre aperta salvo casi particolari, di misure 120 x 50 circa.

FIG. 1 – Coypu nella gabbietta

FIG. 2 – Coypu che riposa sull’asciugamano

FIG. 3 – Coypu a cuccia

Successivamente è consigliato farlo girare liberamente in casa, a seconda dei propri limiti, e insegnarli a dormire ai piedi del nostro letto o su un asciugamano tutto per lui oppure acquistanto una cuccia ovale semiaperta (quella per cani) in cui sistemare dentro il suo asciugamano / lenzuolo. In breve tempo lui si abituerà a dormire sempre nello stesso posto dato che le nutrie sono animali molto abitudinari.

FIG. 4 – Coypu in cuccia

FIG. 5 – Coypu in cuccia

In casa inoltre il castorino conosce ogni stanza e sa dove si trova la cucina (e soprattutto cosa si trova), la vasca da bagno, la camera ecc. dato che è in grado di associare le azioni ad ogni luogo, proprio come facciamo noi.

venerdì 22 aprile 2011

NUTRIA E CINGHIALE: LE STESSE SCUSE PER UN FALSO PROBLEMA

Riporto qui un articolo tratto da un giornale che si occupa di tematiche ambientali. Quanto scritto può, anche in questo caso, essere riferito alle nutrie e agli altri animali. Tutto ciò viene utilizzato dai giornali e dai media controllati solo per fare audience e per soddisfare i meri interessi economici e politici delle lobbies venatorie.
In realtà nessuno ha mai censito le popolazioni di nutrie, così come quelle dei piccioni o di altri animali. I dati vengono solo riportati sulla base degli abbattimenti eseguiti. Gli stessi abbattimento però sono la causa principale dell’aumento del numero di questi animali. La caccia e il “contenimento” mediante arma da fuoco oltre a causare gravi danni ambientali risultano essere metodi irresponsabili, inefficaci, inutili come dimostrano diversi studi scientifici. Si tratta come al solito di un falso pretesto per poter uccidere delle vite innocenti in barba alle leggi e agli equilibri della Natura. L’ecologia insegna infatti che la Natura stessa si autoregola e solo l’uomo ha creato delle alterazioni ai vari ecosistemi. L’unico modo per risolvere la questione dell’interazione fauna selvatica e attività antropiche è quella di NON interferire in alcun modo con la biocenosi ma lasciar fare alla Natura il suo corso come è sempre accaduto da qualche miliardo di anni a questa parte. Ciò significa studiare e applicare metodi di gestione faunistica del tutto ecologici e biocompatibili che tra l’altro dove praticati sono risultati essere efficaci e risolutivi oltre che economici. Questa è scienza, è biologia, ecologia, scienza della Vita e non mera speculazione.


Un nemico pubblico chiamato cinghiale

Un flagello minaccia l’Italia. Orde devastatrici della bestia nera si nascondono nel folto della macchia, pronte a scatenare la loro furia distruttrice al calar della notte, travolgendo tutto quello che incontrano sul loro cammino, e niente sembra poter fermare i discendenti di quella sottospecie di Sus scrofa giunta sin qui dalle lontane plaghe centroeuropee e non a caso denominata “Attila”. Ma non tutto è perduto: ogni anno un vero e proprio esercito della salvezza corre letteralmente alle armi pur di salvare i raccolti e, con essi, il popolo, dalla carestia e dalla fame. Il porco selvatico continua nel frattempo ad accoppiarsi senza ritegno, moltiplicandosi vertiginosamente. Non bastano 3 mesi all’anno di contrasto da parte dell’esercito regolare a furia di braccate, palle e pallettoni, comprese le operazioni di “disturbo notturno” condotte da squadre di irregolari, o i metodi da guerriglia fatti con lacci di acciaio per strangolare il temuto nemico. Nossignori, ci vuole ben altro che sparare alle femmine gravide: bisogna stanarlo, come i Talebani, dalle zone in cui trova rifugio, sterminarlo perchè non minacci più la sicurezza e l’economia di intere regioni. E pensare che gli stessi avversari di oggi erano entusiasti sostenitori di ieri, quando l’ambito suide veniva reclamato a gran voce e i solerti amministratori “ripopolavano” generosamente boschi e valli di verri e scrofe per il trastullo venatorio di elettori riconoscenti. Le cronache avvertono oggi che i cinghiali sono in soprannumero, il che minaccia le risorse agricole e persino la viabilità delle supersicure strade nazionali, e che bisogna organizzare dei corsi accelerati per contarli e poi dargli la caccia che si meritano. Qualcuno potrebbe obiettare che detti corsi sono inutili e dispendiosi, considerato che, se si sostiene che le presenze del selvatico sono eccessive (rispetto a che?), vuol dire che qualcuno li ha già contati. Viceversa, se ciò non è avvenuto, come si fa a dire che sono in soprannumero? A meno che, come pensano i malfidati, con la scusa del cinghiale non si voglia entrare dalla finestra dopo che la porta è stata chiusa; un modo volpigno e già sperimentato, per far tuonar le ferree canne anche laddove (parchi e riserve) la legge lo vieterebbe.

P. P.

domenica 27 marzo 2011

I PREDATORI DELLA NUTRIA: LE VOLPI

Come viene descritto dagli studi di letteratura scientifica sia nazionali che internazionali, il Coypu o Nutria (Myocastor coypus) presenta diversi nemici o predatori naturali anche negli areali di diffusione. Dato che questo roditore è stato importato quasi un secolo fa dal Sud America in tutta Europa tra cui in Italia, il meccanismo della coevoluzione ha avuto modo di svilupparsi generalmente bene verso il rapporto tra l’ecologia della nutria e la fauna locale. Diversi infatti sono i predatori locali appunto di questo castorino e grazie al bellissimo servizio fotografico di Luca Iancer, propongo qui le sequenze fotografiche (cliccare le foto per ingrandirle) che ritraggono un meccanismo di predazione di Vulpes vulpes verso Myocastor coypus (Nutria):

Come è possibile osservare, dapprima la volpe fiuta la nutria e la insegue. Il castorino, essendo appunto una preda, non si accorge subito della sua presenza e continua tranquillo la sua camminata alla ricerca di cibo. La volpe, giunta sufficientemente vicino si accinge ad attaccarlo e il roditore, ormai alle strette, si gira e tenta di difendersi. La volpe lo morde al collo per immobilizzarlo e ucciderlo. La nutria cerca di difendersi dapprima simulando (mimando) un atteggiamento minatorio, inarcando la schiena e mostrando i denti e poi, una volta nelle fauci della volpe, tenta disperatamente di fuggire graffiando con le unghie ma nonostante i suoi sforzi la volpe compie il sacrificio e la porta in un posto riparato per cibarsene. Poco dopo sopraggiunge un’altra volpe ed insieme possono consumare il pasto.
Grazie a questa importantissima e meravigliosa testimonianza fotografica, si è potuto dimostrare come anche nei nostri ecosistemi le nutrie siano entrate a far parte della catena alimentare divenendo prede di predatori autoctoni.
Personalmente ho potuto constatare la presenza di carcasse di nutrie uccise da volpi, per mezzo di tracce indirette, anche in Lombardia nel Parco Agricolo Sud Milano. Questi dati e studi sono molto importanti e dimostrano come la Natura sia in grado di autoregolarsi sempre. Le volpi (ma non solo) costituiscono quindi una risorsa naturalistica e biologica di estrema importanza per la conservazione dei nostri ecosistemi e per il controllo numerico della popolazione di questi roditori.


Si ringraziano per le bellissime foto e per la notizia:
Luca Iancer
http://www.sbic.it
http://bora.la/2010/12/29/volpe-preda-nutria-allisola-della-cona-le-foto/

domenica 27 febbraio 2011

SCIENZA E NUTRIA (Myocastor coypus) – 5

Si riporta l’abstract di uno studio eseguito in Pianura Padana. Insieme ad un altro studio che proporrò prossimamente, viene dimostrato ulteriormente come le nutrie non causino impatti devastanti ma molto localizzati e risolubili; come le nutrie non siano una causa ma solo una conseguenze delle cattive azioni umane; di come i piani di abbattimento siano inutili e inefficaci oltre che dispendiosi. Proprio l’uccisione indiscriminata di questi animali (che ricordiamo viene fatta solo per soddisfare quasi esclusivamente i capricci delle lobbies venatorie) favorisce il loro aumento numerico e il conseguente impatto ambientale.
Si incoraggiano le Amministrazioni a non cedere o farsi abbindolare dalle finte elucubrazioni di matrice politico-economica delle lobbies venatorie appunto, ma di investire le finanze in opere di gestione territoriale e faunistica da parte di veri scienziati (biologi, zoologi, faunisti, etc. indipendenti e senza conflitti di interesse). Solo così si può riprendere la fiducia della popolazione ormai stanca delle prese in giro di quel gruppo di individui che ragiona solo con la violenza e il piombo.

PRIMI DATI SULLA POPOLAZIONE DI NUTRIA (MYOCASTOR COYPUS) IN UN’AREA COLTIVATA DELLA PIANURA PADANA, LA VALLE DEL MEZZANO (FE)
di PAGNONI G.A., SANTOLINI R.

(fig. 1 – Coypu che nuota in un laghetto)

Nel Ferrarese si stimano le maggiori concentrazioni di Nutria Myocastor coypus della regione Emilia Romagna, pari a una popolazione di almeno 36000 individui. In questo lavoro, per l’analisi della struttura di popolazione si è scelto un’area di 40 ha rinaturalizzata a zona umida. Dal marzo 2003 al maggio 2004 sono state condotte 12 sessioni di cattura di circa una settimana ciascuna con gabbie. L’analisi dell’età é stata basata sul peso secco del cristallino. Nel Mezzano, i giovani (età < 8 mesi) sono risultati il 56% della popolazione e la coorte più rappresentata è quella degli individui con età compresa tra i 2 e i 4 mesi. L’età media di tutti gli individui catturati, calcolata secondo Cossignani e Velatta, è di 0,76 mesi superiore a quella stimata secondo Gosling e collaboratori. Visto il basso errore (3% dell’età massima), il metodo risulta sufficientemente adatto per analisi di tipo gestionale. Si nota una leggera differenza in peso tra maschi e femmine: 5 e 6 kg le classi più frequenti per le femmine a causa dell’elevata percentuale di individui gravidi, 4 e 5 Kg per i maschi. L’indice di condizione (IK) varia tra 34,1 a 45,2, con minimi nel periodo invernale e massimi nel periodo primaverile-estivo in conseguenza delle migliori condizioni ambientali e della maggiore disponibilità trofica. Mediamente oltre il 75% della popolazione femminile è in stato di gravidanza e tra marzo e giugno si raggiunge il 100%. La maggior parte dei parti avviene in tarda primavera ed estate ed un secondo picco si verifica all’inizio dell’inverno in relazione alle caratteristiche ambientali e alle condizioni meteorologiche. La dominanza maschile è evidente negli embrioni (M/F=1,23:1) e nelle classi giovanili (< 8 mesi, M/F=1,47:1). Col passare del tempo il rapporto sessi diviene paritario (negli adulti ≥ 8 mesi M/F=1,04:1) e nelle classi più anziane (>12 mesi) si comincia a vedere la preponderanza delle femmine con M/F=0,53:1. La porzione dei giovani della popolazione e la bassa percentuale di maschi nelle classi adulte sono probabilmente conseguenze della intensa pressione dei piani di limitazione. Ciò induce a considerare che un fattore limitante quale un’azione di contenimento, sia più efficace nel momento di crisi della popolazione, quale un inverno particolarmente rigido, in cui effettuare una forte e duratura pressione di selezione.

domenica 13 febbraio 2011

VOLPE E NUTRIA: DUE NOMI PER UN SIMILE DESTINO?

La volpe e la nutria, due animali così diversi sia da un punto di vista evolutivo che biologico, ma che la persecuzione umana ha reso molto simili.
Come per la lontra prima e la nutria poi, anche la volpe si vede costretta ad essere l’ennesima vittima della follia umana.
Prima di iniziare vediamo quali sono le caratteristiche che contraddistinguono da una parte e che accomunano dall’altra questi animali.

VOLPE
  • Predatore
  • Carnivoro
  • Cacciata per la pelliccia
  • Considerata nociva (in realtà non lo è)
  • Può scavare tane negli argini ma occupa spesso tane già esistenti
  • Si ciba di selvaggina e i cacciatori ed alcuni “allevatori” si lamentano. Gli stessi cacciatori che hanno importato spesso illegalmente conigli e altri animali inquinando geneticamente le specie autoctone con conseguente danno ambientale, naturalistico ed economico immane
  • Mercato nero per la pelliccia attualmente attivo
  • Dato che in alcuni luoghi le Amministrazioni hanno compreso che l’abbattimento della nutria è inutile e generalmente i castorini non sono causa di danni agli argini (la colpa è sempre dell’uomo come dimostrato più volte), alcuni “furboni” hanno pensato di rivalersi sulla volpe dichiarandola colpevole di creare danni agli argini, lo stesso movente (quasi mai dimostrato) per le nutrie!
Fig. 1 – Volpe (Vulpes vulpes)
NUTRIA:
  • Preda
  • Erbivoro
  • Cacciata per la pelliccia
  • Considerata nociva (in realtà non lo è)
  • Può scavare tane negli argini ma occupa spesso tane già esistenti
  • Si ciba di vegetazione e i “contadini” si lamentano
  • Mercato nero per la pelliccia (e la carne) attualmente attivo
Fig. 2 – Coypu o nutria insieme all’avifauna

Analizziamo ora un documento della Regione Emilia Romagna (guarda caso scomparso recentemente). Tali informazioni sono perfettamente assimilabili anche per la nutria e gli altri animali.


Meccanismi di autoregolazione della popolazione
Tutte le popolazioni animali possiedono meccanismi che tendono a mantenere il numero degli individui in equilibrio con le risorse ambientali disponibili. In termini estremamente sintetici, esiste un numero ottimale di individui a cui tende la popolazione in un dato territorio e che resterà invariato una volta raggiunto l’equilibrio. Il numero di individui della popolazione può diminuire drasticamente a seguito di eventi anormali di mortalità, quali epizoozie, eventi climatici o prelievo da parte dell’uomo, tuttavia il numero tenderà a riassestarsi verso l’equilibrio, una volta che cessi l’azione del fattore limitante. La velocità con cui la popolazione ricostituisce le dimensioni ottimali dipende da numerose caratteristiche proprie delle varie specie e delle varie popolazioni. Nel caso della volpe è stato più volte osservato come questa velocità sia elevatissima, grazie proprio ai parametri descritti in precedenza per le popolazioni volpine. Ad una riduzione della densità dovuta a fattori esterni la popolazione può rispondere essenzialmente attraverso tre modalità: l’aumento del tasso di natalità, la diminuzione del tasso di mortalità e l’aumento del tasso di immigrazione; risulta quindi evidente come l’elevata produttività, il rapido turn-over e l’esistenza di una cospicua frazione “itinerante” siano tutti elementi che consentono una rapida ripresa della popolazione di volpi in seguito a eventi che ne abbassino drasticamente la densità locale.



Aspetti gestionali
Il ruolo della volpe, sia dal punto di vista ecologico sia nell’ambito della gestione faunistico-venatoria, è stato oggetto di numerosissimi studi in tutto il mondo. D’altra parte, proprio per l’estrema capacità della volpe di adattarsi alle condizioni ambientali più diverse, i risultati e le conclusioni sono spesso di difficile generalizzazione. Sulla base degli elementi che emergono dall’imponente mole di dati disponibile è comunque possibile definire un quadro generale relativamente al ruolo ecologico della volpe e alle possibili strategie gestionali in funzione dei vari scenari ambientali e antropici.
Di seguito vengono discussi brevemente i principali problemi concernenti l’impatto sulla selvaggina e sulle attività umane, le tecniche di censimento, le problematiche legate al prelievo venatorio e al controllo delle popolazioni. Gran parte delle informazioni e delle considerazioni sono tratte da MacDonald (1987), Boitani e Vinditti (1988), Toso e Giovannini (1991), opere a cui si rimanda per una trattazione più dettagliata.


Censimenti e indici di abbondanza
La conoscenza della consistenza e della dinamica delle popolazioni naturali è un elemento imprescindibile per la loro corretta gestione, tuttavia le difficoltà tecniche e l’impegno necessario al raggiungimento di questi obiettivi possono essere estremamente variabili a seconda delle caratteristiche biologiche di ciascuna specie e delle condizioni ambientali in cui si deve operare. Nel caso della volpe, come di altri carnivori, è quasi sempre molto difficile raggiungere buone stime di densità, se non a prezzo di sforzi che risultano in genere improponibili. In particolare i censimenti diretti, cioè basati sull’avvistamento diretto degli animali, sono applicabili solo in condizioni estremamente favorevoli, che solo molto raramente si verificano (Sargeant et al., 1975), mentre più utilizzabili risultano metodi di stima indiretta della popolazione.



Controllo della popolazione volpina. Il problema del rapporto costi/benefici
In accordo con la L.N. 157/92 (art. 19), il controllo di popolazioni animali appartenenti a specie cacciabili può essere ammesso qualora queste arrechino danni alle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche. Nel caso della volpe la risorsa economica danneggiata è costituita quasi esclusivamente da animali di bassa corte allevati in maniera non confinata o in spazi di stabulazione non sufficientemente protetti. Alcune semplici ed economiche misure preventive possono ridurre sensibilmente, se non eliminare, i danni provocati dalla predazione delle volpi, ad esempio il ricovero notturno degli animali e la recinzione degli allevamenti con robusta rete metallica interrata e con la parte terminale sporgente verso l’esterno. Assai più complesso è il problema legato all’impatto della predazione sulle specie selvatiche d’interesse venatorio. L’effetto della predazione della volpe sulla selvaggina è infatti assai variabile in dipendenza di numerosi fattori locali. Ad esempio sia le densità del predatore sia quelle delle specie predate, la disponibilità e la dispersione di fonti di cibo alternative e, nel caso dei ripopolamenti, il grado di adattabilità degli animali immessi e le tecniche di rilascio utilizzate.
I dati ottenibili dagli studi sul regime alimentare della volpe forniscono informazioni puramente indicative, poichè, come è già stato evidenziato, tendono a valutare l’importanza relativa delle diverse specie preda nello spettro di predazione del carnivoro, ma non sono in grado di quantificare l’effetto limitante per le diverse specie predate. Da diversi autori la volpe viene indicata come la specie cui va ascritta in termini percentuali le maggiore predazione a carico di Anatidi, Galliformi e Lagomorfi, tuttavia anche questa constatazione non è di per sè sufficiente a chiarire l’importanza della predazione in rapporto ad esempio ad altri fattori limitanti.
In generale, sulla base dei dati disponibili, è possibile affermare che, almeno nel caso dei Galliformi, la predazione non influenza significativamente la densità delle popolazioni nel periodo preriproduttivo e di conseguenza le variazioni della consistenza media sul medio e lungo periodo, tuttavia può determinare una contrazione anche notevole della produttività, entrando localmente in conflitto diretto con gli interessi del mondo venatorio. [guarda caso, sono solo gli interessi economici che muovono le lobbies venatorie, non esiste in loro nessun accenno alla salvaguardia e alla tutela ambientale, sono solo loro ipocrisie. n.d.r.]


In definitiva quindi l’impatto sulla selvaggina della volpe, così come di altri predatori, seppur di difficile quantificazione, è stato confermato da vari studi, oltre ad essere peraltro intuitivo. In questo senso sembrerebbe pertanto più che giustificabile la posizione dell’ambiente venatorio, che considera il controllo della volpe come un importante strumento gestionale nell’ottica del miglioramento quali-quantitativo dei popolamenti della piccola selvaggina. In realtà, pur condividendo l’esistenza dell’ impatto predatorio esercitato dalla volpe, molti tecnici e studiosi di ecologia non concordano con questo approccio, infatti il punto di contrasto che spesso emerge con l’ambiente venatorio non sta nell’ammettere una certa pressione della volpe sulla selvaggina, quanto sulla reale possibilità di intervenire efficacemente per limitare tale pressione. Osservando i dati disponibili relativi alle campagne di abbattimento e controllo delle volpi non si può non notare come il numero di volpi abbattute si mantenga pressochè stabile per molti anni nelle stesse aree a parità di sforzo. Ciò indica chiaramente come il prelievo non abbia prodotto alcuna diminuzione della popolazione di volpe, la quale ha evidentemente compensato immediatamente le perdite subite grazie ai meccanismi di autoregolazione illustrati in precedenza. La cosa è ampiamente confermata dai ripetuti tentativi inesorabilmente falliti, di bloccare l’avanzata della rabbia silvestre, effettuati in tutta Europa per decenni, attraverso la riduzione delle popolazioni volpine in natura. In molte circostanze si hanno buone ragioni per sostenere che tali interventi di controllo abbiano in realtà provocato una accelerazione del fronte epizootico, proprio perchè l’eliminazione delle volpi residenti richiama altre volpi, spesso portatrici dell’infezione, da territori limitrofi. Solo attraverso campagne diffuse di vaccinazione delle volpi è stato possibile fermare l’avanzata della malattia, proprio perchè le volpi residenti, una volta vaccinate, costituiscono un fronte immune che impedisce a eventuali volpi infette provenienti da altre aree di assestarsi sul territorio e di estendere il contagio. In realtà i mezzi utilizzabili dal punto di vista tecnico e legale per il controllo diretto delle volpi non sono abbastanza efficaci da garantire il prelievo di una quota consistente della popolazione, a meno di un impegno, in termini di uomini, mezzi e denaro, decisamente sproporzionato in relazione ai possibili benefici. D’altra parte l’uso di mezzi non selettivi non è consentito dall’attuale legislazione italiana e pone, oltre a gravi ed evidenti problemi di tipo conservazionistico, anche problemi di sicurezza e di etica. Inoltre una ipotetica campagna di drastico controllo, oltre che realizzabile solo in aree molto limitate, dovrebbe mantenersi costante nel tempo, pena la vanificazione dei risultati non appena si allentasse la pressione. Ciò induce diversi autori a ritenere che un controllo di popolazione della volpe realmente efficace risulti virtualmente impossibile con il solo ricorso a mezzi strettamente selettivi (armi da fuoco) e mettendo in atto uno sforzo realizzabile nel contesto della gestione faunistica corrente.
Tutti questi elementi rendono scettici gli ecologi sulla reale convenienza, in termini di risorse impiegate e di risultati ottenibili, delle operazioni di controllo diretto della volpe, se non finalizzate al raggiungimento di obiettivi molto precisi e limitati nel tempo e nello spazio.
In effetti occorre ricordare che il controllo dei predatori e della volpe in particolare non è che uno degli strumenti in grado di agire sulla dinamica delle popolazioni di specie di interesse cinegetico. Ad esso infatti possono essere contrapposti altri interventi gestionali, riferibili qui genericamente come miglioramenti ambientali, i quali sono in grado di determinare un notevole aumento della densità media dei popolamenti di piccola selvaggina e, contrariamente al controllo dei predatori, producono effetti indotti di tipo ecologico, paesaggistico ed estetico positivi ed apprezzabili da parte della generalità dell’opinione pubblica.
Non va infine dimenticato che ogni modificazione stabile di una popolazione animale non può ottenersi che intervenendo sul suo habitat, agendo soprattutto sulle risorse alimentari disponibili. In questo senso predatori opportunisti come la volpe possono essere controllati assai più proficuamente attraverso misure indirette, tese cioè all’ inibizione dei fattori ecologici che stanno alla base dell’aumento locale delle popolazioni volpine, in particolare:
a) La graduale eliminazione delle discariche di rifiuti a cielo aperto o, quantomeno, la recinzione delle stesse a prova di animale;
b) L’eliminazione delle operazioni di ripopolamento intese come massiccio rilascio di selvaggina allevata piuttosto che come reintroduzioni operate su corrette basi tecnico-scientifiche.
c) L’eliminazione di tutte le fonti alimentari di origine antropica, quali le discariche abusive, soprattutto avicole, e quant’altro rappresenta scarto della produzione dell’allevamento.

domenica 16 gennaio 2011

SCIENZA E NUTRIA (Myocastor coypus) - 4

Alcuni paragrafi tratti dall'introduzione di uno studio effettuato dal Centro di Ricerca, Documentazione e Promozione del Padule di Fucecchio. Per maggiori informazioni in merito alla corretta interpretazione di quanto scritto e dei dati si prega di contattare il curatore di questo sito.

FIG. 1 - Coypu in un laghetto con uccelli acquatici


RICCARDO PETRINI, ALESSIO BARTOLINI & EMILIA VENTURATO
La nutria (Myocastor coypus)
Quaderni del Padule di Fucecchio n. 1 (2001): 173-199



La nutria (Myocastor coypus) è un roditore originario del Sud America introdotto in Europa agli inizi del 1900 (LEVER 1985) per la produzione della pelliccia, il cosiddetto castorino. Nel corso dei decenni la fuga e la deliberata liberazione di numerosi esemplari, per il venir meno della convenienza dell’allevamento, ha portato alla costituzione di popolazioni selvatiche in molti paesi europei. A causa della notevole adattabilità della specie, dell’elevato tasso di natalità e della pressoché totale assenza di predatori, le nutrie si sono spesso diffuse in maniera dilagante.
Animale semi-acquatico e di abitudini in prevalenza notturne, la nutria ha mostrato una notevole capacità di adattamento ad un’ampia gamma di ambienti di acqua dolce e salmastra: paludi, laghi, lagune e corsi d’acqua a lento scorrimento. Si insedia preferibilmente nelle zone con ricca vegetazione, spingendosi anche lontano dalle rive in cerca di cibo o durante gli spostamenti tra diverse zone umide. Preferisce le zone di pianura, ma può spingersi anche oltre i 1000 metri di quota (WOODS et al. 1992). Può raggiungere un peso di 8-9 kg ed una lunghezza totale di 80-100 cm. Prevalentemente erbivora, la nutria ingerisce quotidianamente
l’equivalente del 25% del suo peso sotto forma di vegetali freschi (GOSLING 1979). La dieta comprende parti epigee e radici di piante acquatiche (Phragmites, Typha, Sparganium, Nynphaea, ecc.) e coltivate.
La nutria si trova a suo agio sia sul terreno sia in acqua; in caso di pericolo tende tuttavia a fuggire attraverso i corpi idrici, dove può immergersi per alcuni minuti e scendere a vari metri di profondità. Trascorre i periodi di inattività in giacigli di materiale vegetale nascosti tra la vegetazione riparia, oppure all’interno di tane scavate nelle rive.La specie è territoriale e scarsamente gregaria, anche se in alcune aree sono state osservate popolazioni strutturate in clan, fra individui aventi generalmente legami di parentela . I giovani maschi abbandonano precocemente il territorio dove sono nati e possono compiere ampi spostamenti alla ricerca di aree ove sia minore la competizione territoriale. Le femmine al contrario si spostano meno, e spesso i territori di diverse femmine tendono a sovrapporsi (GOSLING 1977, MICOL 1991b).
A parte la volpe, che può attaccare anche subadulti, le altre predazioni, riferibili a uccelli da preda e a carnivori terrestri, sono a carico dei giovani.
In Italia la nutria ha iniziato a diffondersi con popolazioni selvatiche soprattutto a partire dalla metà degli anni ’70. Le popolazioni più consistenti si hanno attualmente nella parte centro settentrionale della penisola, mentre nelle regioni meridionali la specie è presente con pochi nuclei isolati.
In Toscana è presente allo stato selvatico fin dalla metà degli anni ’60. Le prime popolazioni riproduttive si sarebbero formate lungo il corso dell’Arno a seguito di una massiccia liberazione di animali da parte di un grosso allevamento avvenuta in occasione dell’alluvione del novembre del 1966.
Nella maggior parte dei casi inoltre l’ingresso della nutria, così come di altre specie alloctone, si innesta in un quadro già compromesso a causa di processi di trasformazione in atto (per esempio l’interramento, l’inquinamento, ecc.) che mettono seriamente a rischio la sopravvivenza delle emergenze botaniche e faunistiche notevoli.

sabato 4 dicembre 2010

Buccinasco – Un nuovo metodo di contenimento delle nutrie

Buccinasco (2 dicembre 2010) – Abbattere le nutrie per evitare il sovrappopolamento non è l’unica soluzione e non è nemmeno la migliore. Questa l’argomentazione di due biologi italiani che domani, attraverso una conferenza stampa, spiegheranno un metodo alternativo di contenimento della specie già sperimentato con successo nel Comune di Buccinasco. La nutria (Myocastor coypus) è un roditore originario delle zone subtropicali del Sud America meridionale. In Argentina, in condizioni naturali, i gruppi sociali sono formati da molte femmine adulte e subadulte, un maschio dominante, numerosi maschi adulti e subadulti subordinati e un numero variabile di giovani (Guichon et al., 2003). I maschi dominanti difendono attivamente e marcano il territorio contro le intrusioni di altri maschi. Questo mammifero, importato in Europa con l’intento di farne un animale da ‘pelliccia’, si è subito ben adattato all’ambiente acquatico e si è diffuso invasivamente negli ambienti umidi dell’Italia peninsulare e insulare causando talvolta estesi danneggiamenti alle biocenosi acquatiche, alle coltivazioni e ai manufatti. Ad oggi, per il controllo numerico della nutria, si utilizzano l’eutanasia, le armi da fuoco e le esche avvelenate. “Il nostro progetto - afferma il biologo Samuele Venturini – si basa su un contenimento ‘naturale’ dove individui riproduttori sterilizzati, continuando a difendere il territorio in competizione per il cibo e gli spazi con gli individui fertili, impediscano fenomeni di immigrazione e riducano il tasso riproduttivo della colonia. Questo è un sistema indolore, rispettoso della vita e sicuramente più gradito dell’uccisione cruenta che risulta impopolare presso il pubblico più sensibile. Da un anno circa stiamo sperimentando la sterilizzazione nell’area urbana e suburbana del comune di Buccinasco (MI). E i risultati positivi ci spingono a proseguire per questa strada che ci auguriamo di continuare a percorrere sempre con il supporto di Regione Lombardia.” Gli animali vengono così catturati, trasportati in un ambulatorio, visitati, analizzati, chippati, sterilizzati e poi reinseriti nel loro habitat dove vengon costantemente monitorati. “Da amante della natura quale sono – afferma Loris Cereda, Sindaco di Buccinasco - non posso che essere favorevole a questo metodo e sono stato ben contento che Buccinasco sia stato il Comune pilota di quest’operazione. Mi auguro che i risultati continuino ad essere quelli sperati e che la nostra esperienza possa essere d'esempio per altre città”. Alla conferenza Interverranno: il dottor Samuele Venturini, il dottor Gerard Mangiagalli, Clinica Veterinaria Europea, il dottor Giorgio Chiozzi, Museo di Storia Naturale di Milano, il Sindaco Loris Cereda, Comune di Buccinasco, la signora Anna Corbani dell’Associazione Tom & Jerry.
Ufficio stampa Comune di Buccinasco